segunda-feira, novembro 06, 2006

Capitulo 30 : Campania


CAMPANIA


POSIZIONE GEOGRAFICA

La Campania è la prima regione che si incontra, scendendo nel lato tirrenico, dell’ Italia Meridionale.
Confina a Nord con il Lazio e il Molise, a Est con Puglia e Basilicata, a Sud e a Ovest è bagnata dal Mar Tirreno.


GEOGRAFIA FISICA
Il territorio campano è coperto per il 34 % da montagne, le colline occupano il 50 % e le pianure il 16 %.
Le catene montagnose sono costituite dall’ Appennino Campano, di natura calcarea e diviso nei monti del Matese (con il monte Miletto di 2.050 metri, il più alto della regione ), il Taburno, i Picentini, i monti del Cilento e l’ Alburno.
A Ovest della catena appenninica si erge l’ ampia fascia collinare, interrotta a ridosso della costa dal Preappennino Campano, formato da alcuni famosi complessi vulcanici come quelli dei Campi Flegrei e il Vesuvio.
Le pianure più importanti sono quella che va da Napoli fin quasi il confine laziale, interrotta dal gruppo montuoso del Massico, formata dai fiumi Volturno e Sarno, e quella a Sud di Salerno creata dai sedimenti alluvionali del fiume Sele.

Ai fiumi già citati, va aggiunto anche il Sabato che attraversa la città di Benevento.
Tutti i corsi d’ acqua campani però sono brevi e il loro regime è irregolare.
La costa a tratti è bassa e sabbiosa, mentre nella Penisola Sorrentina è frastagliata e composta da montagne con altitudini che sfiorano anche i 900 metri.

Questi monti a picco sul mare danno vita a una delle bellezze naturali più famose nel mondo : la costiera amalfitana.
Sempre lungo la costa della regione, da Nord a Sud nell’ ordine si succedono i golfi di Gaeta, di Napoli, di Sorrento e di Policastro.
Il Golfo di Napoli è delimitato da due promontori, di fronte a ognuno dei quali si ergono nel mare isole di fama e fascino incomparabile : a Nord l’ isola d’ Ischia e a Sud l’ isola di Capri.

Non sono presenti laghi di grande importanza.
Va ricordato però il lago Averno, nei pressi di Napoli, nato sul cratere di un vulcano, ritenuto dagli antichi uno degli ingressi dell’ Ade, il regno dei morti.
La regione della Campania è tristemente famosa per la sua notevole sismicità.
Una vasta area dell’ Irpinia, nella provincia di Avellino, fu terribilmente devastata dal terremoto del 1980.


GEOGRAFIA POLITICA

L’ estensione territoriale della Campania è di 13.595 chilometri quadrati e, in ordine di grandezza, si colloca al 12 º posto tra le venti regioni italiane.
Intensamente popolata, con i suoi 5.700.000 abitanti la regione campana è tra le prime della penisola come densità demografica.

È divisa in cinque province : Napoli, Salerno, Caserta, Benevento e Avellino.
Alla regione appartengono anche le isole di Capri, d’ Ischia, di Procida e quella di Vivara.
Napoli ( 1.150.000 abitanti ), maggior città dell’ Italia Meridionale e quarta in Italia, è il capoluogo di regione. A Napoli seguono le città di Salerno ( 152.000 ), Caserta ( 70.000 ), Benevento ( 63.500 ) e Avellino ( 56.000 ).
Numerosi sono i centri abitati di grande importanza demografica sparsi soprattutto sulla costa : Castellamare di Stabia, Nola, Aversa, Pozzuoli, Torre del Greco, Torre Annunziata, Nocera Inferiore, Ercolano, Pompei, Pomigliano d’ Arco, Sorrento e Battipaglia.
Ben sviluppate le grandi vie di comunicazione dovute soprattutto alla notevole importanza di Napoli, sia dal punto di vista turistico-culturale che da quello marittimo-commerciale.
La A – 1 prima di tutto che lega Napoli a Milano, passando per Roma, Firenze e Bologna, la A – 3 che va da Napoli a Reggio Calabria, la A – 16 da Napoli a Bari che unisce le città di Avellino e Benevento al capoluogo regionale, e la A – 30 Caserta – Salerno, strategicamente importante per chi scende da Roma in direzione della Calabria e ha necessità di evitare agglomerazioni di auto presenti molto frequentemente nelle zone circostanti Napoli.


CLIMA

Per quello che riguarda la fascia costiera, la Campania gode di un clima mediterraneo con inverni miti e relativamente umidi, ed estati calde e ben asciutte.
All’ interno e nei rilievi montuosi, le temperature medie sono più basse di quelle del litorale, generalmente in ogni periodo dell’ anno ; gli inverni sono freddi caratterizzati da precipitazioni più abbondanti rispetto alla costa, anche di carattere nevoso.

STORIA DELLA REGIONE
Di notevole interesse la storia campana dovuta in principal modo alla posizione strategica nel Mar Tirreno e dominante gran parte dell’ Italia Meridionale e quella Insulare.
I primi popoli italici che invasero queste zone furono quelli degli Irpini, degli Oschi e dei Sanniti.
La Campania appartenne alla Magna Grecia tra l’ VIII e il VI º secolo a. C. .
Successivamente, alla fiorente cultura greca si sovrappose quella etrusca, contribuendo alla crescita d’ importanza della regione.

Divenne colonia romana nel II º sec. a. C. dopo duri scontri tra i legionari e i fieri Sanniti, che in quell’ epoca dominavano buona parte del Sud Italia.
La Campania fu oggetto di desiderio per molti patrizi romani quando, allontanatisi dall’ intenso lavoro nella grande città, cercavano luoghi belli e tranquilli per passare le loro vacanze.

Durante la dominazione di Roma, la regione visse la tragedia di Pompei ed Ercolano quando, nel 79 d. C. le due città vennero sepolte sotto metri di lava in una improvvisa e violenta eruzione del Vesuvio.
Alla caduta dell’ Impero Romano d’ Occidente, nel VI º sec. seguì la colonizzazione Bizantina, che proseguì fin quasi il X º secolo.

Nella successiva dominazione Normanna del XI º sec., Salerno venne eletta capitale del regno.
Ai Normanni seguirono gli Svevi.
Nei secoli successivi si succedettero gli Angioini ( tra il XIII º e il XIV º secolo ), gli Aragonesi ( XV º ) e gli Spagnoli ( XVI º sec. ).
In questo periodo la Campania visse un forte periodo di decadenza, comune alle altre regioni sotto queste dominazioni.

All’ annessione di Napoli nel 1707 all’ Austria, seguì, 27 anni dopo, l’ occupazione Borbonica durata ininterrottamente fino al 1860, anno di nascita del Regno d’ Italia.
Durante il XVIII e il XIX º sec. la Campania visse un periodo economico-culturale irregolare, anche se si deve alle famiglie borboniche la creazione del sontuoso Palazzo Reale di Caserta e gli inizi degli scavi di Pompei.
Tra l’ 8 e il 9 settembre del 1943, tra Salerno e Paestum si verificò il grande sbarco anglo-americano contro i tedeschi.

Dal 12 febbraio al 15 luglio 1944 Salerno ospitò il Governo Regio dell’ Italia, occupata dalle forze inglesi e americane.
Il 29 aprile 1945 a Caserta fu firmata la resa tedesca.


ATTIVITÀ ECONOMICHE
La Campania ha nel tasso di disoccupazione, che è uno dei più alti d’ Italia, uno dei suoi problemi principali.
Va riconosciuto però sia allo Stato italiano che alla popolazione locale, i grandi sforzi di questi ultimi decenni per il conseguimento di un buon sviluppo economico della regione.

L’ agricoltura è una delle attività basiche.
Buone sono le produzioni di olive, uve da vino, frutta ( agrumi specialmente ), cereali e tabacco.
Molto sviluppata è anche la coltivazione di ortaggi, in particolar modo quella dei pomodori dove la Campania è una delle maggiori produttrici mondiali.
L’ industria si concentra soprattutto nei settori alimentare, siderurgico ( acciaierie di Bagnoli ), chimico, automobilistico ( stabilimento di Pomigliano d’ Arco ), tessile e delle costruzioni navali.
Agli importanti cantieri nautici di Napoli, si affiancano i grandi traffici marittimi e commerciali sia del porto del capoluogo di regione che quello di Salerno.
La perla economica della regione è probabilmente rappresentata dal turismo.
Alle meraviglie della costiera amalfitana e della Penisola Sorrentina ( isola di Capri, Positano, Amalfi, Sorrento, etc, ) si aggiungono altre località frequentatissime da turisti di tutto il mondo : la stessa Napoli, l’ isola d’ Ischia, Pompei, Ercolano, Paestum, ecc. .

La pesca e l’ allevamento di bestiame, anche se relativamente praticati, non rappresentano una vera e propria ricchezza economica.
La Campania va comunque ricordata anche per la caratteristica produzione dell’ apprezzatissima mozzarella di bufala e per essere la regione natale di uno dei piatti più conosciuti nel mondo : la pizza.



LA VOSTRA VACANZA
Immergersi in un viaggio capillare nella “ storica “ Campania, non è impresa da poco.
Alle molteplici attrazioni monumentali disseminate un pò ovunque nella regione, si affiancano altrettanti paradisi della natura.

Entrando nella regione di Napoli quindi, la prima cosa da escludere è la fretta.
Sarà infatti opportuno dedicare alla Campania, se si ha come obiettivo una buona esplorazione, un periodo

che va da dieci fino a quindici giorni.
Entrando dall’ Autostrada A – 1 ( Milano – Roma – Napoli ) prima di raggiungere Caserta, uscite per Sessa Aurunca, bella cittadina con un Castello Ducale del XI º sec. di origine normanna, e un Duomo del XII º sec. che conserva un bellissimo portale composto da tre arcate.

Da qui spostatevi a Capua, poco distante.
L’ antichissima città romana di “ Casilinum “ ospita delle mura più volte ricostruite, dei resti preromani e romani, la Cattedrale dove si fondono vari stili come il bizantino, l’ arabo e il normanno, e altre testimonianze gotico-catalane.
Da Capua scendete per pochi chilometri e recatevi nel primo capoluogo di provincia che incontrerete : Caserta.
La città si distingue in due parti : la parte vecchia di origine etrusca situata alle pendici di un monte e che si raccoglie tutta intorno alla Cattedrale romanica del XII º sec., e la parte moderna, edificata nel XVIII º sec., nella pianura sottostante. Ed è proprio nella parte nuova che Caserta presenta il suo monumento più prestigioso : il Palazzo Reale.

Scelta dai Borboni nel XVIII º sec. come residenza estiva, la famiglia reale contattò il noto architetto dell’ epoca Luigi Vanvitelli per la costruzione di un palazzo e relativo parco, prendendo come esempio i giardini di Versailles in Parigi.
Qui i Borboni vi fecero costruire un sontuoso palazzo di 1.200 stanze e un parco di vari ettari contenente delle fontane, vasche e laghetti, dove all’ interno di uno di loro si erge una piccola isola boscosa.
Tutto questo merita assolutamente una visita in quanto il Palazzo Reale di Caserta è una delle opere di stile neoclassico più belle di tutta l’ Italia.

Da Caserta ora scendete verso Napoli percorrendo la A – 1 e non fermatevi sino a Pozzuoli, distante una cinquantina di chilometri dal capoluogo casertano.
Qui imbarcatevi su uno dei traghetti che vanno in direzione dell’ isola d’ Ischia.
L’ isola vulcanica è la maggiore di tutto l’ Arcipelago Partenopeo ed è famosa in tutto il mondo per i suoi incantevoli panorami e le suggestive coste particolarmente frastagliate.
Da non perdere il porticciolo di Sant’ Angelo con le sue caratteristiche abitazioni di colore bianco, rosa, rosso e celeste, il Ponte Aragonese costruito nel 1438, la Cattedrale e il Castello Aragonese, sempre del XV º secolo.
Spostatevi poi Lacco Ameno dove potrete ammirare una chiesa dell’ XI º sec. e una dell’ Ottocento ; entrambe compongono il Santuario di Santa Restituita.
Recatevi fino a Forio, estremità occidentale di Ischia, dove potrete godere di altri fantastici panorami della natura.
Se non vi manca il tempo, prima di lasciare l’ isola recatevi sulla vetta del Monte Epomeo, alto circa 800 metri, la maggior altitudine dell’ isola d’ Ischia.
Il panorama, indescrivibile in queste poche righe, vi rimarrà nella mente e nel cuore per la vita intera.
Dall’ isola d’ Ischia riprendete il traghetto e recatevi da una bellezza all’ altra : Napoli.
Come riuscire a descrivere sinteticamente una delle più belle città del mondo ?
Adagiata in una incantevole posizione, tra la collina dei Campi Flegrei, il Vesuvio e il Mar Tirreno, che la rendono una delle cartoline più famose, la vecchia città di origine greca con il nome di “ Partenope “, successivamente ribattezzata “ Neàpolis “ ( città nuova ) dai Romani, conserva una infinità di meravigliosi monumenti.
Da non perdere il Castel Nuovo eretto dagli Angioini nel XIV º sec., il Maschio Angioino ( XIII – XIV º sec. ), il Duomo ( sempre dei secoli XIII e XIV ), dedicato a San Gennaro, il patrono della città e dove ogni anno si ripete il miracolo della liquefazione del sangue del Santo, in una ampolla ivi custodita.
Da visitare inoltre il Battistero di San Giovanni in Fonte, la Chiesa di Santa Chiara del XIV º sec., la Porta Capuana del 1484, il Museo Nazionale con importantissime sculture e pitture, numerosi antichi palazzi, tra i quali quello di Capodimonte, che ospitano vari musei, la Certosa di San Martino costruita nella metà del Trecento, e il Teatro San Carlo, palcoscenico di importanza mondiale della musica lirica e napoletana, che ospitò e ospita tuttora i tenori e soprani più grandi della scena internazionale, tra questi gli indimenticabili Caruso e la Callas.
Napoli inoltre è anche sede di una Università fondata nel 1224, una delle più antiche.
Non permettetevi di uscire da Napoli senza aver sperimentato uno dei capolavori gastronomici italiani mondialmente noti, del quale la città partenopea ne è la legittima creatrice : la pizza.
Superata la sbornia di bellezze napoletane, recuperate un poco di fiato e dirigetevi verso Ercolano, distante 10 chilometri a Sud del capoluogo della regione.
Come Pompei e Stabia, anche questa città venne totalmente distrutta dall’ eruzione del Vesuvio del 79 d. C. .
Anche se meno spettacolari delle rovine pompeiane, visitare Ercolano vi permetterà di conoscere vari stili delle case romane, alcune peraltro molto ben conservate.
Uscite da Ercolano e recatevi a Torre del Greco dove merita una visita l’ originale Museo del Corallo.
Da qui spostatevi un poco più a Sud di circa una ventina di chilometri, e fermatevi a Torre Annunziata.
Qui, oltre a visitare gli scavi di una villa romana, che sembra appartenuta a Poppea, potrete fare anche una escursione sino alla “ bocca “ del Vesuvio, ad una altitudine di 1.279 metri.
Altro panorama meraviglioso sia sul litorale che sulla città di Napoli.
Da qui riscendete a Torre Annunziata e proseguite per pochi chilometri sino a raggiungere uno dei centri turistici più frequentati di tutto il pianeta : Pompei.

La città fu fondata dagli Oschi nell’ VIII º secolo a. C., successivamente fu dominata da Etruschi, Greci e Sanniti, venne conquistata da Roma nel 91 a. C. .
Molto fiorente dal punto di vista commerciale e culturale, Pompei il 24 agosto del 79 d. C. fu interamente coperta da quattro metri di lava da una improvvisa eruzione del Vesuvio che durò circa tre giorni.
Gli scavi iniziarono soltanto nella metà del Settecento per volere di Carlo di Borbone, e continuarono ininterrottamente nei secoli successivi.
Passeggiare nella vecchia città romana di Pompei significa staccare totalmente la spina dalla realtà quotidiana, immergendosi irrealmente nella vita del mondo di 20 secoli fa.
Ma non fatelo da soli, procurate un accompagnatore o più semplicemente comprate uno dei tanti libricini guida in vendita nelle porte della città.
Ciò vi eviterà di perdere o di non capire una qualsiasi delle meraviglie monumentali di Pompei : il Foro, centro commerciale della città, il Tempio di Vespasiano, il Tempio di Apollo, il Tempio di Giove, il Tempio della Dea Iside, il Palazzo della Giustizia, il Comitium dove si svolgevano elezioni politiche, il Teatro, le palestre dei gladiatori, le Terme distribuite in vari punti della città, dalle varie case sannite, di semplice fattura, a quelle più eleganti romane, fino alla Domus Imperiale, la curiosa “ casa del piacere “ riservata probabilmente ai ricchi patrizi dell’ epoca, le numerose testimonianze di suppelletili d’ uso quotidiano e domestico, e vari calchi di gesso che rivelano uomini e donne, oltre ad animali, nel momento in cui stanno morendo investiti dalla lava.
Uscendo da Pompei andate ora in direzione di Sorrento, passando per la bella città termale di Castellamare di Stabia.

Quando siete arrivati nella splendida “ capitale “ della Penisola Sorrentina, visitate il Duomo del XV º sec., il Palazzo Verniero del XIII º sec., il Chiostro di San Francesco del XIV º sec., la Loggia Sedile Dominova del XV º sec., le suggestive spiagge di Marina Grande, Marina Piccola, Spiaggia dei Cappuccini, etc. .
Da Sorrento ora imbarcatevi per Capri.

Questa incredibile isola, poco distante, rappresenta il prolungamento naturale della Penisola Sorrentina.
Le coste frastagliate a picco sul mare, la macchia mediterranea, i giardini, i paesaggi ammalianti, le belle abitazioni, i fantastici monumenti, il clima costantemente temperato, tutto questo collocano l’ isola di Capri tra i più incantevoli luoghi di villeggiatura.
Visitate l’ isola interamente a piedi, non vi stancherà perché è un susseguirsi di bellezze indimenticabili.
La Villa di Tiberio, situata in una posizione che domina l’ intera isola, vari templi romani, un castello del Medioevo, la Certosa di San Giacomo, la Cappella di San Michele, e la mitica “ Piazzetta “, vivacissimo centro mondano e commerciale.

Altre tappe d’ obbligo nell’ isola di Capri sono la Grotta Azzurra, la Grotta Rossa, i Faraglioni e l’Arco Naturale, escursioni queste da effettuare con le piccole e tipiche imbarcazioni locali.
A tutto questo aggiungetevi anche delle passeggiate nelle belle località di Anacapri e Marina Grande.
Probabilmente con profondo malincuore, riprendete ora il traghetto e tornate verso Sorrento.
Da qui dirigetevi verso Positano, distante quasi 30 chilometri.
Il percorso è molto suggestivo : panorami da lasciar senza fiato si succedono uno dietro all’ altro.
La piccola cittadina di Positano di 3.500 abitanti in provincia di Salerno, è situata in una pittoresca posizione lungo il pendio del Monte Comune, alto poco meno di 900 metri e a picco sul mare.
È un centro turistico di fama mondiale, per la bellezza incomparabile dei paesaggi, per le sue caratteristiche abitazioni di colore bianco, per le sue piccole e intime spiagge, per la sua grande struttura alberghiera.
Una decina di chilometri più avanti in direzione Salerno, si trova Amalfi, altra sosta obbligatoria della Campania.
La vecchia Repubblica Marinara nel X º secolo fu accanita rivale di Pisa e Venezia nel commercio con l’ Oriente.
Nel 1135 dovette soccombere all’ attacco delle navi pisane.
Da visitare il bellissimo Duomo dell’ XI secolo, in uno stile dove si fondono influenze bizantine, arabe e normanne.
Da Amalfi proseguite ora, sempre lungo la costa, verso il capoluogo di provincia.
A Salerno visitate il Duomo dell’ XI secolo, e ristrutturato nel XVIII º.
Da Salerno scendete più a Sud, lungo la costa tirrenica e raggiungete Paestum, situata presso la foce del fiume Salso.

La città odierna fu edificata nel luogo dell’ antica “ Poseidonia “, fondata dai Greci di Sibari nel VI º secolo a. C. .
A Paestum visitate i templi dorici, i resti del Foro, le mura che avvolgevano la città, e il Museo dove sono contenuti numerosi reperti di una necropoli preistorica e di un santuario greco.
Da Paestum ora risalite in direzione Nord e dirigetevi verso Avellino, lontana circa un’ ora e un quarto, un’ ora e mezzo di auto.
Avellino fu fondata nell’ 82 a. C. dal romano Silla con il nome di “ Abellinum “ esattamente nel luogo dove oggi sorge Atripalda, una piccola cittadina a circa 3 chilometri dal capoluogo.
La città irpina nonostante gravemente danneggiata dal terremoto del 1980, conserva ancora vari e importanti monumenti : il Duomo del XII º sec., completamente rifatto nell’ Ottocento, e che contiene una raccolta di opere del Cinquecento, il Palazzo Orsini del 1461, e il Seminario del 1749.
Visitate inoltre il Museo Irpino che custodisce reperti di indubbio valore e grande interesse, che vanno dal neolitico fino alla tarda età romana.

Poco fuori dalla città recatevi presso il Tempio del XII º sec. dedicato alla Dea Cibele, visitato ogni anno da moltissimi pellegrini.
Visitate infine la già nominata Atripalda dove potrete ammirare i resti dell’ antica città romana, che comprendono oltre ad alcune abitazioni, le Terme e l’ Anfiteatro.
Prendete ora la A – 16 e andate in direzione di Benevento distante circa 45 chilometri da Avellino.
Non fermatevi però nel capoluogo, proseguite per altri 30 chilometri in direzione Nord-Ovest verso Telese Terme.
La cittadina è una famosa località termale con acqua bicarbonata-alcalina-terrosa.
Poco distante potrete ammirare i resti della città sannitica di Telesia.
A meno di 10 chilometri da Telese Terme c’ è il bel centro abitato di Guardia-Sanframondi dove vale la pena farci una “ scappatella “ e visitare il Castello del X º sec. e la Chiesa di San Sebastiano con un portale che risale al XVI º secolo.

Ora ripercorrete al contrario il cammino fatto e tornate a Benevento.
Il quinto e ultimo capoluogo di provincia campano del vostro viaggio ( ultimo naturalmente non per interesse ) merita senza nessun dubbio una visita : i monumenti romani, le varie chiese e l’ architettura dei suoi palazzi, fanno di Benevento l’ ennesima tappa d’ obbligo di una vacanza in Campania.
La città fu un antico centro irpino con il nome di “ Maleventum “, trasformato poi dai Romani nel più augurale “ Beneventum “.

Il simbolo della città è l’ Arco di Traiano, dedicato all’ Imperatore di Roma nel 114 d. C. durante l’ inaugurazione della Via Traiana che raggiunge Brindisi, nella Puglia.
Quest’ arco è tra i meglio conservati dell’ antichità.
Visitate inoltre il Teatro Romano, sede ancora oggi di spettacoli estivi, la Chiesa di Santa Sofia in stile longobardo ed eretta nella seconda metà del VIII º sec., con l’ annesso monastero sede del Museo del Sannio. Il Museo conserva ceramiche di origini greche e italiche risalenti al VI – V – IV e III º sec. a. C. .
Da non perdere il Duomo del VII º sec. e il Palazzo Arcivescovile ( annesso al Duomo ) contenente il Museo Diocesano in cui sono conservati. tra l’ altro, anche dei frammenti della vecchia porta centrale del Duomo con scene raffiguranti la vita di Cristo. Come già accennato Benevento è anche sede di numerose e importanti chiese : tra queste non perdete quella dell’ Annunziata e di San Bartolomeo, entrambe del XVIII º secolo.
Da Benevento ora riprendete la A – 16 e dirigetevi verso Bari, ma prima di uscire dalla regione fermatevi ad Aeclanum, distante circa 35 chilometri, situato nei pressi del Passo di Mirabella.
Qui potrete ammirare i resti dell’ antica città sannita, poi colonia romana, distrutta nel VII º sec. d. C. durante la guerra tra i Longobardi e i Bizantini.

La vostra intensa vacanza campana termina qui.
La regione è entusiasmante : d’ altronde non sono numerosi i luoghi al mondo come questi, dove in quindici giorni si ha la possibilità di vedere e toccare testimonianze importanti in serie continua di 30 secoli di storia.


LA STORIA VINICOLA

La produzione vinicola campana possiede, come la grande maggioranza delle regioni italiane d’ altronde, radici antichissime.
Già nell’ VIII º secolo furono i Greci a impiantarvi le prime viti, seguiti in contemporanea dagli Etruschi.
La presenza di queste due evolute culture, diede vita a un fiorente periodo enologico campano.
Ma se l’ antico popolo italico utilizzava una tecnica di coltivazione con viti abbinate ad alberi, valorizzando le produzioni abbondanti ma non di buona qualità, i Greci già adottavano una tecnica d’ avanguardia potando le viti in piccoli alberelli, con rese minori è vero, ma senza dubbio ottenevano vini di maggiore corposità, pienezza, dolci, e dotati di un buon tasso alcolico.
Nel periodo della Roma Imperiale i vini locali erano molto apprezzati dai nobili della capitale, i quali spesso approfittavano nel loro tempo libero per scendere in Campania e riposarsi nelle lussuose ville costruite un pò dovunque in questa regione, isole comprese.
Sempre in epoca romana, la Campania già produceva ottimi vini come il Gaurano, ottenuto da vitigni coltivati in collina, il Faustiano, da vigneti impiantati nei pendii a mezza altezza, e il Falerno, vinificato in quei tempi prevalentemente con uve coltivate nelle pianure.
Dal punto di vista storico-vinicolo, la parte più interessante della Campania è situata tra il Monte Massico e il fiume Volturno, a Nord nelle prossimità del confine con il Lazio.
Secondo il latino Lucio Anneo Floro, ai piedi del Massico si installò nel 318 a. C. la tribù “ Falerna “ ; le loro
terre divennero subito famose per la spiccata fertilità e per la produzione del “ Vinum Falernum”.
Plinio nella sua “ Historia Naturalis “ testimonia l’ esistenza di tre tipi fondamentali del Falernum, il dolce, il tenue e l’ austero, relazionando queste denominazioni alle rispettive aree di provenienza.
È anche grazie a questo vino, il prediletto di Orazio, Tibullo e di vari personaggi importanti dell’ Impero, che oggi possiamo usufruire delle denominazioni D.O.C. e D.O.C.G. .
Le terribili invasioni distruttorie dei popoli Barbari dal VI º secolo in avanti, cancellarono totalmente i vigneti dalla Campania.

Tra questi, anche quelli del glorioso Falernum.
Durante le dominazioni degli Angioini, degli Aragonesi, e quella spagnola, le viti ripresero a fiorire e a svilupparsi.
La floridezza del porto di Napoli, non solo nel Medioevo, è stata in gran parte legata al vino da trasportare in terre lontane.

Negli ultimi secoli la viticoltura campana non ha attraversato grandi momenti di prosperità, ma è sempre stata viva e in grado di proporre alcuni prodotti di prim’ ordine.
Nel Novecento, dopo la II º Guerra Mondiale, con molta accortezza e dopo attenti studi e ricerche, si è avviato un intenso ciclo di reimpiantazione dei vigneti.

Dove si è operato con estrema abilità, come nell’ isola d’ Ischia e nelle province di Avellino e Benevento, i risultati non si sono fatti attendere.
Questi successi stimolarono anche le altre province oltre che all’ isola di Capri, allineando la Campania in pochi anni alle altre regioni di grande vocazione vinicola.
Il buon lavoro svolto dalle aziende locali ha riportato alla vita anche il degno erede del vino più amato dai Romani di 20 secoli fa : l’ attuale Falerno del Massico.
Altre interessanti ricerche hanno portato recentemente anche alla creazione di vigneti, presumibilmente identici sia nelle dimensioni che nei tipi di vitigni, nella vecchia città di Pompei.
Ciò è stato possibile, grazie al ritrovamento di alcuni tralci fossilizzati e di contenitori vinari.
Il tutto, minuziosamente analizzato da attrezzati laboratori, ha evidenziato varie tecniche vinicole dell’ epoca, riproposte oggi più fedelmente possibile, dopo oltre 1.900 anni.

Quanto prima avremo gli attesissimi risultati.
Il clima della regione è molto favorevole alla coltivazione delle viti, in buona parte autoctone o presenti nelle zone da molti secoli.
Molti vigneti godono di un clima mite favorito sia dalla catena montuosa degli Appennini che dal Mar Tirreno ; anche il suolo fa la sua parte con una forte presenza di terreni vulcanici e tufacei, estremamente affidabili per la produzione di vini di qualità.
La Campania di oggi è considerata tra le migliori ( se non la migliore ) regioni del Sud Italia nella produzione di vini bianchi di classe e di rossi generosi.
La produzione vinicola è abbondante : con i suoi 2.315.000 ettolitri annui si colloca al 9 º posto tra le regioni italiane. Posizione però che scende alla 15 º nel caso dei vini a denominazione, in quanto la loro diffusione raggiunge appena il 4,5 – 5 % dell’ intera produzione annuale.
I vitigni a bacca nera maggiormente coltivati sono : l’ Aglianico, il Piedirosso, il Guarnaccia, il Barbera, lo Sciascinoso e il Sangiovese.
Con bacca bianca invece troviamo : il Falanghina, il Greco, il Biancolella, il Fiano, il Coda di Volpe, il Trebbiano Toscano, il Forastera, l’ Asprinio, la Malvasia Toscana e la Malvasia di Candia.
I vini principali della regione sono : i vini di Aversa, dei Campi Flegrei, delle isole di Capri e d’ Ischia, di Castel San Lorenzo, del Cilento, della Costa d’ Amalfi, di Guardia-Sanframondi, della Penisola Sorrentina, di Sant’ Agata del Cori e del Taburno.
A questi vanno aggiunte le perle enologiche della regione : il Fiano di Avellino, il Greco di Tufo, il Lacryma Christi del Vesuvio, il Solopaca, il nuovo Falerno del Massico, e la D.O.C.G. ( che insieme al sardo Vermentino di Gallura sono le uniche dell’ Italia Meridionale e Insulare ) Taurasi.


APPUNTI DI VIAGGIO
Nell’ aprile del ’92 Marco, mio amico di sempre, un cantiniere che abita nei paraggi del Lago Trasimeno e produttore di vino “ Colli del Trasimeno “, mi coinvolse in un bellissimo fine settimana sportivo-turistico-vinicolo.
Carlo, grossista di prodotti alimentari di Torre Annunziata, presso Napoli, invitò il mio amico nella costa amalfitana per passare tre giorni di riposo e per festeggiare oltre cinque anni di felice relazione commerciale.
Siccome il buon Marco è un accanito tifoso della squadra di calcio del Perugia, Carlo, seguace del Napoli ( soprattutto ) e della Salernitana, organizzò il tutto anche per assistere alla partita Salernitana Perugia del Campionato di Serie B di quell’ anno.
La cosa coinvolse velocemente anche me e mio nipote Mirko, altrettanto fanatici della squadra della nostra città ; frequentemente ci incontravamo allo stadio di Perugia con Marco per assistere a un incontro di calcio, e lui pensò bene di includerci nell’ “ affare “.
Come evitare o “ scansare “ un invito di quel genere che prevedeva il pernottamento di venerdí sera a Napoli, sabato mattina visita al magazzino di Carlo, pranzo a Sorrento, tardo pomeriggio a Positano con pernotto in casa di amici di Marco e Carlo, domenica pranzo nella stessa casa e visita a Positano, e il pomeriggio allo stadio di Salerno.

Impossibile ! Umanamente impossible !
Io e Mirko lo prendemmo a braccia aperte : nulla o quasi ci avrebbe fatto desistere.
Solo il tempo necessario per spostare un impegno di lavoro che avevo programmato in quel sabato.
L’ appuntamento era per le 9,00 – 9,30 di venerdí sera a Castellamare di Stabia.
Lí incontrammo ( io e Mirko ), Marco, che era già là dalla mattina, Carlo il proprietario del magazzino di prodotti alimentari, e Roberta, la compagna del “ napoletano “.
Carlo viveva a Torre Annunziata, ma era nativo della fantastica città partenopea.
E proprio a Napoli, dopo una breve sosta in un bar, che il grossista ci condusse in una piccola pensioncina, dove insieme a mio nipote e Marco passai la prima nottata.
Il giorno seguente Carlo tornò all’ albergo accompagnato nuovamente dalla sua ragazza, ma poco dopo Roberta se ne andò al suo lavoro di commessa in un negozio di abbigliamento di Castellamare di Stabia.
Il grossista quindi entrò nell’ auto di Marco e si diressero verso il magazzino, distante una trentina di minuti circa.
Con la mia auto, io e Mirko li seguimmo.

Il luogo di lavoro di Carlo era situato nel sottosuolo di un imponente centro commerciale poco fuori la città di Napoli.
Di buone dimensioni ( 500 – 600 metri quadrati, o poco più ), il magazzino era di aspetto moderno con una illuminazione ben distribuita, ma non potente.
Al centro, un tavolo lungo quasi la profondità totale del locale, conteneva una serie infinita di vasi, vasetti e vasettini, con i più assortiti prodotti in conserva.

Da un lato erano situati vari balconi, frigoriferi e non, contenenti salumi e formaggi.
Oltre all’ impianto di condizionamento d’ aria che Carlo, mi disse, lo utilizzava in pratica 3 – 4 mesi all’ anno come media, quel magazzino era dotato anche di aspiratori d’ aria che, dosati al minimo, permettevano di estrarre gli aromi di alcuni “ odorosi “ prodotti alimentari.
Questo naturalmente per non disturbare il bouquet dei vini adagiati sul lato opposto dei frigoriferi, in pratici, ma esteticamente validi, scaffali di alluminio.
La massima concentrazione dei prodotti enologici ( grappe comprese ) distribuiti da Carlo, riguardavano prevalentemente tre regioni : logicamente la Campania, il Lazio e la Toscana.
“ Per ora ho preferito specializzarmi a fondo sulle produzioni di queste regioni.
Chiaro che non escludo la possibilità di estendere il mio catalogo di rappresentanza anche ad altri luoghi, Marco con l’ Umbria ne è un esempio, ma voglio farlo in modo razionale e soprattutto il prodotto mi deve piacere, sia per le sue qualità che le per le zone di provenienza.
La maggior parte dei miei clienti, ristoratori, mercati, enoteche, o più semplicemente dei privati, sono molto esigenti oltre ad essere minuziosamente attenti sui loro acquisti.
Per questo una mia capillare preparazione, tempestando ognuno di loro con un gran numero di dettagli, e soprattutto corredando il tutto con un mio sincero entusiasmo su quel determinato tipo di prodotto, mi offre maggiori possibilità di vendita “.
A quel punto Carlo interruppe il suo racconto e prese una piccola forma di formaggio e una bottiglia di vino rosso.
“ Un piccolo spuntino non rovinerà senz’ altro il nostro pranzo.
Questo formaggio ben saporito è il Cacioforte, tipico della Campania, e come accompagnamento vi faccio sperimentare uno dei gioielli enologici ischitani : il Pere ‘e Palummo “.
Oltre al fascino della provenienza, quel vino presentava anche un potente colore rosso rubino e il sapore deciso si mescolava magicamente al gusto piccante del formaggio.
Tra il nome dell’ isola e queste eccellenti qualità, sicuramente è un vino che si vende da solo ? – chiesi.
Devo ammettere – rispose Carlo – che la fama di Ischia, come di Capri d’ altronde, da un appoggio notevole alla presentazione e alla vendita dei suoi vini.
Il grossista continuò : “ Come giusto però la grande maggioranza dei clienti vanno oltre alle bellezze naturali e si concentrano esclusivamente sulla bontà del prodotto.
Una bontà che, con l’ esperienza millenaria che Ischia ha nella produzione di vino, difficilmente non risponde alle attese “.
Distribuisci solo questo vino dell’ isola, o ne hai altri ? – domandò Marco.
Tutti – rispose fieramente Carlo – conosco Ischia come le mie tasche e curo la distribuzione di ogni varietà.
Allora raccontaci qualche cosa di Ischia e dei suoi vini – chiesimo quasi in contemporanea io e il mio amico del Lago Trasimeno.
Tema ben accetto dal simpatico napoletano, che non perse l’ occasione per sfoggiare la sua ottima preparazione sui vini della sua regione.
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L’ origine dei vini d’ Ischia risale, si narra, a circa 3.500 anni fa.
L’ antichissimo popolo italico degli Eubei importò la vite fin dal 1480 a. C. .
Nell’ isola “ Enaria “ ( terra del vino ), così chiamata dai Romani, si incontrarono due culture vitivinicole, quella etrusca e quella greca che era più evoluta.
Gli Etruschi non effettuavano la tecnica della potatura e ogni vite veniva unita con un albero ; questo aumentava la produzione, ma la scarsa penetrazione dei raggi solari e la distanza dei grappoli dal suolo non favorivano una perfetta maturazione dell’ uva e di conseguenza una buona qualità del vino.
I Greci, invece, erano i maestri dell’ epoca nella potatura e oltre a questo ogni vite era disegnata come un piccolo alberello alto non più di un metro, un metro e mezzo ; il calore del suolo e la protezione che la chioma dei rami dava al piede della pianta, favoriva la maturazione ideale del frutto, anche se non in abbondanti quantità.
Oggi l’ isola riproduce ancora queste due tecniche produttive con relative e adeguate migliorie, e vede a Nord vigneti “ etruschi “, e a Sud vigneti “ greci “.
La tradizione vitivinicola ischitana ha attraversato nel corso dei secoli molte peripezie.
Nel 1453 il Re di Spagna Alfonso d’ Aragona, definito il “ Re assassino “, arrestò senza nessun motivo tutti gli uomini dell’ isola e li portò durante una notte su 24 navi con destinazione ignota.
Le probabili vedove furono date in spose a 1.418 spagnoli della Catalogna, importati a Ischia per l’ occasione.
Oltre alle mogli questi ebbero in dono anche orti e vigne dalle quali già si ricavavano eccellenti vini.
Nel Cinquecento i vini d’ Ischia erano molto conosciuti a Napoli, dove venivano stivati nelle navi per essere inviati ad alcuni mercati europei, come la Francia e l’ Inghilterra ad esempio.
Sempre nel XVI º secolo Andrea Bacci, noto medico, scrittore ed enologo dell’ epoca, scrisse di questi vini : “ ...........di gentilissimo gusto, riesce di ricca natura, grato allo stomaco e corroborante, senza lasciare di essere digeribile e nutriente, senza dare ipocondrie né tentennamenti di corpo “.
Nel 1880 grazie all’ attività del Sindaco d’ Ischia Alfonso Perazzo, cominciarono ad essere esportati in larga scala vari prodotti dell’ isola, tra i quali gli inconfondibili e aromatici vini, che, abbinati alle bellezze del luogo di provenienza, guadagnarono rapidamente nuovi e meritati orizzonti commerciali.
I vini d’ Ischia, D.O.C. dal 1993, sono il Bianco ( Forastera 65 %, Biancolella 20 % e altri vitigni a bacca bianca per um massimo del 15 % ), il Bianco Superiore ( Forastera 50 %, Biancolella 40 % e San Lunardo 10 % ), il Biancolella ( Biancolella 85 % e altri vitigni a bacca bianca non aromatici per un massimo del 15 % ), il Rosso ( Guarnaccia 50 %, Piedirosso 40 % e Barbera 10 % ), il Pere ‘e Palummo ( Piedirosso – o Pere ‘e Palummo – all’ 85 % e altri vitigni a bacca rossa per un massimo del 15 % ), e il Pere ‘e Palummo Passito ( con le stesse uve del precedente lasciate essiccare ) che si può conservare anche per dieci anni.
Il Bianco ha un profumo vinoso, delicato, ampio e gradevole, il sapore è asciutto, di giusto corpo e armonico.
La varietà Bianco Superiore ha un profumo gradevole, tendente all’ aromatico, il sapore è secco, di buona struttura, caratteristico e armonico.
Il Biancolella ha un odore caratteristico, gradevole, anche fruttato e floreale in alcune produzioni, il sapore è asciutto, armonico, delicato.
Il Rosso ha un intenso profumo vinoso, il sapore è asciutto, di medio corpo, giustamente tannico.
Il Pere ‘e Palummo presenta un profumo caratteristico, gradevole e delicato, il sapore deciso, di buona morbidezza, di giusta tannicità e molto gradevole.
Infine la versione Passito del Pere ‘e Palummo che presenta un odore caratteristico e delicato, al quale si affianca un sapore asciutto e caratteristico.
Le versioni Bianco sono grandi vini da abbinare a piatti con pesci di mare e crostacei, ai rossi si possono affiancare carni rosse, selvaggina e formaggi saporiti ben stagionati, mentre il Passito è ottimo come vino da meditazione.


CARATTERISTICHE DEI VINI D’ ISCHIA
GRADAZIONE ALCOLICA : Bianco 10,5 gradi Bianco Superiore 11,5 gradi Biancolella 10,5 gradi
Rosso 11 gradi Pere ‘e Palummo 11 gradi Pere ‘e Palummo Passito 14,5 gradi

COLORE
: Bianco - giallo paglierino intenso Bianco Sup. – giallo paglierino intenso, leggermente tendente al dorato Biancolella - giallo paglierino con riflessi verdognoli
Rosso – rosso rubino più o meno intenso, brillante Pere ‘e P. – rosso rubino con possibili riflessi aranciati
P. ‘e P. Passito – rosso rubino tendente al mattone

TEMPERATURA DI SERVIZIO : Bianco 8 - 10 gradi Bianco Superiore 10 – 12 gradi
Biancolella 12 gradi Rosso 16 gradi
Pere ‘e Palummo 16 – 18 gradi Pere ‘e Palummo Passito 14 gradi
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Al termine della visita nel magazzino di Carlo, ci recammo in direzione di Sorrento.
Lasciammo la mia auto in un parcheggio custodito e, con Marco alla guida, arrivammo nella bella città della Penisola Sorrentina proprio all’ ora di pranzo.
Qui Carlo non presentò il minimo tentennamento e ci condusse in un caratteristico ristorante in pieno centro storico.
Apparentemente piccolo, ma molto accogliente, il locale era diviso in varie sale, ognuna delle quali ( perlomeno quelle che ho visto ) aveva due o tre tavoli.
Di ogni sala un cameriere con divisa bianca e rossa, ne assumeva la responsabilità.
Di tanto in tanto un anziano musicista, con un abbigliamento alquanto pittoresco, rallegrava l’ ambiente suonando un mandolino e cantando delle conosciutissime e immortali canzoni napoletane.
Il menu, scontato, era a base di pesce.
Non ci fu bisogno di scegliere nulla perché Carlo aveva già minuziosamente preparato tutto.
Antipasto misto di mare con ogni ben di “ Nettuno “, maccheroncini alle canocchie, spaghetti al cartoccio con cozze e vongole, dentice alle olive, sogliola al vino bianco, e carrello finale del dessert e amari.
In una tavola dove erano presenti produttori ( Marco ), venditori ( Marco, Carlo e il sottoscritto ), e appassionati ( tutti, Mirko compreso ), non poteva mancare il vino.

Ne erano presenti addirittura due : Capri bianco e Greco di Tufo.
In verità – disse Carlo – la mia idea era esclusivamente sul Greco, che adoro in particolar modo, ma considerato il vostro interesse sui vini isolani, ho completato all’ ultimo momento la tavola con l’ isola di Capri, adorabile “ concorrente “ turistica e vinicola dell’ isola d’ Ischia.
Le scelte dei vini risultarono perfette e meravigliosamente armoniose.
Il fresco Capri si abbinò con soavità agli antipasti e ai due primi piatti, il superbo Greco di Tufo, uno degli emblemi della moderna enologia campana, entusiasmò con la sua ricchezza aromatica e affiancò regalmente le portate di pesce successive.

In piena costa amalfitana, a pochi chilometri da una delle più belle isole del mondo, la nostra chiacchierata si concentrò soprattutto su quel Capri bianco.
Innumerevoli furono le domande rivolte all’ esperto grossista napoletano sui vini e sulla storia dell’ isola.
Carlo da par suo se la cavò sempre egregiamente, confermando la sua autentica preparazione sulla storia vinicola della sua regione, al punto che ognuno di noi scese in una profonda “ apnea “ caprese, collocando, perlomeno in quell’ occasione, il grande prestigio del Greco di Tufo un poco in disparte.
Un prestigio comunque che feci riaffiorare prepotentemente in tutte le altre occasioni che ebbi di collocare una deliziosa bottiglia di quel vino nel bel mezzo di una “ sbimbocciata “ tra amici.
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La tradizione vinicola dell’ isola di Capri risale, senza il minimo dubbio, all’ epoca romana.

I pendii rocciosi dell’ isola trasformati in piccole terrazze coltivate, offrono alla vite e alla flora in generale un habitat molto favorevole.
Nel 29 a. C. l’ Imperatore Cesare Augusto, impressionato dalle bellezze dell’ isola, la scambiò con la maggiore Ischia che era di sua proprietà.
Dal 27 al 37 d. C. l’ Imperatore Tiberio, successore di Augusto, confermò come propria dimora Capri, che era una delle mete più ambite e interessanti d’ Italia già in quell’ epoca.
Egli sviluppò la coltivazione della vite, ci fece costruire dodici ville ognuna dedicata a una divinità dell’ Olimpo, e utilizzò una di queste, costruita nel luogo più alto e dominante dell’ isola, come residenza fissa per governare l’ Impero Romano.

Il vino prodotto in quest’ isola era particolarmente apprezzato da Tiberio.
È noto infatti il soprannome di “ Biberio “ con cui i Romani scherzosamente chiamavano il loro Imperatore.
Nel corso dei secoli, intorno ai ruderi di quelle ville, i contadini continuarono a produrre vino fino ai giorni d’ oggi e non è difficile, degustando un bicchiere di vino di Capri nel bel mezzo dell’ isola, avere l’ impressione anche per un attimo di tornare indietro nei secoli.
La produzione dei vini di Capri è stata per anni una delle attrattive dell’ isola, e il riconoscimento D.O.C. del 1977 è il giusto premio per le loro indiscusse qualità.
Il Capri è prodotto nelle versioni Bianco ( con uve Greco al 40 – 50 %, Falanghina 40 – 50 %, e Biancolella con un massimo del 20 % ) e Rosso ( Piedirosso all’ 80 % e altre uve a bacca nera raccomandate per la zona di Napoli con un massimo del 20 % ).
Il Bianco ha un profumo molto gradevole, fruttato, caratteristico, il sapore è asciutto, fresco e armonico.
Lo si può abbinare a frutti di mare crudi, a insalate di mare, a primi piatti con tonno, molluschi, o frutti di mare, a pesci alla griglia o alla brace.
Il Rosso è dotato di profumo vinoso, gradevole, il sapore è asciutto, sapido e di buona persistenza.
Al Capri rosso si possono abbinare primi piatti di pasta con sughi di carne particolarmente elaborati, carni rosse alla griglia, stufati, pesci molto saporiti come l’ anguilla o il baccalà, e formaggi a pasta semidura mediamente stagionati.



CARATTERISTICHE DEI VINI DI CAPRI

GRADAZIONE ALCOLICA : Bianco 11 gradi Rosso 11,5 gradi

COLORE : Bianco - giallo paglierino chiaro più o meno intenso Rosso - rosso rubino più o meno intenso

TEMPERATURA DI SERVIZIO : Bianco 8 - 10 gradi Rosso 16 gradi
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Nella vallata di Avellino, dove si producono grandi vini come il Fiano e il Taurasi, il vitigno più antico è senza dubbio il Greco di Tufo che da origine a un vino altrettanto secolare e che porta lo stesso nome.
Il vitigno Greco venne importato in Campania attorno all’ VIII º secolo a. C. dai Pelasgi, antico popolo della regione greca della Tessaglia.
La conferma dell’ antichissima origine di questa vite è data dal ritrovamento a Pompei di un affresco che risale al I º sec. a. C., e che riporta una breve poesia di un amante ipoteticamente rifiutato : “ Sei veramente gelida Bice, e di ghiaccio, se ieri sera nemmeno il vino Greco è riuscito a scaldarti “.
Molto probabilmente il Greco offerto dall’ amante alla sua donna era assai diverso dal Greco di Tufo attuale.
Infatti va ricordato che anche se sostanzialmente le piante sono le stesse, l’ enologia è in continuo sviluppo per ogni singolo vino e inoltre che le vinificazioni di 20 secoli fa, addizionate con resina e miele che tanto piacevano agli antichi, oggi con i gusti dei consumatori totalmente differenti, quei vini non avrebbero il minimo interesse di mercato.

In origine il vitigno Greco fu coltivato tra il mare e le pendici del Vesuvio, ma successivamente si spinse nell’ entroterra e trovò nei dintorni di Avellino la sua zona ideale.
Gli antichi Romani definivano “ Anima gemella “ la particolare uva di questo vitigno : infatti un’ ala del grappolo, talvolta, si sviluppa al punto di raddoppiarlo.
Numerose in quell’ epoca furono le lodi nei riguardi del vino del vitigno Greco : autorevoli latini come Varrone e Plinio sottolinearono ampiamente le qualità, come l’ agronomo Columella, famoso per la sua rigorosità e per la sua conoscenza sulle uve e le loro vinificazioni, riconobbe che il vitigno era “..... serio e di buona conservazione “.
Gli habitat naturali del vitigno Greco sono i terreni tufacei e, tra l’ origine greca della pianta e il tipo di suolo che predilige, è facilmente deducibile risalire alla odierna denominazione Greco di Tufo.
L’ uva prodotta da questa vite, oggi è considerata, senza nessuna esagerazione, l’ artefice dei vini bianchi più eleganti di tutta l’ Italia Meridionale.
È D.O.C. dal 1970 e nella sua vinificazione il disciplinare prevede l’ utilizzo del vitigno Greco minimo all’ 85 % o addirittura in purezza, mentre alla restante misura non superiore al 15 % partecipa il vitigno Coda di Volpe bianco.
In diverse produzioni il vino ottenuto viene conservato in cantine scavate nel tufo e, nelle annate migliori, viene lasciato invecchiare in una media assai superiore agli altri vini bianchi.
Il Greco di Tufo possiede un profumo netto, caratteristico, gradevole, con sentori di mandorla e frutta matura, il sapore è asciutto, tenue, armonico, equilibrato, ricorda la mandorla.
È un vino che nelle buone annate può invecchiare fino a 4 – 5 anni, di conseguenza a seconda dell’ età può accompagnare antipasti di mare, pasta con pesce, crostacei o verdure, preparazioni di pesce particolarmente saporite, carni bianche in salse leggere, formaggi cucinati alla brace come il provolone, e formaggi a pasta filante che non siano freschi come il Fiordilatte o la mozzarella.

CARATTERISTICHE DEL GRECO DI TUFO

GRADAZIONE ALCOLICA : 11 gradi

COLORE : giallo paglierino o giallo dorato

TEMPERATURA DI SERVIZIO : 10 gradi

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Alle 15,30 uscimmo da quel ristorante di Sorrento, magistralmente soddisfatti.
Era ancora sufficientemente presto.
Gli amici di Positano ci aspettavano alle otto di sera e la distanza che ci separava dall’ incantevole cittadina era poco più di mezz’ ora di auto.

Cosa fare dunque ?
Mirko propose un’ idea allettante.
“ Prendiamo il piroscafo e andiamo a Capri, saliamo fino alla “ Piazzetta “, ci “ scoliamo “ una bottiglia e torniamo.
Alle 19,00 – 19,30 siamo di nuovo qui.
La proposta era fortemente invitante, ma il mare di quel sabato pomeriggio era un pò capriccioso e, dopo un pranzo abbondante come quello, il rischio di problemi “ digestivi “ era alto.

Rinunciammo quindi.
Restammo tutto il pomeriggio a Sorrento passeggiando sul litorale, nelle viuzze del centro storico e curiosando nei vari negozi di prodotti artigianali.

La città è sensazionale e come sempre accade nei momenti lieti, il tempo volò via.
Alle 19,00 riprendemmo l’ auto e ci spostammo verso Positano.
Carlo, espertissimo dei luoghi, ci condusse fino alla casa del suo amico arrampicata a mezza altezza del monte che ospita la lussureggiante cittadina, in una posizione panoramica che definirla spettacolare è una “ minimizzazione offensiva “ a quel prodigio della natura.
Qui l’ ospitalissimo Luigi, di circa 30 anni, minuto fisicamente, ma molto intelligente e degno frequentatore di una delle Università più famose del Sud Italia, ci fece conoscere il resto della famiglia : il padre Giancarlo, la madre Eleonora, il fratello minore Luca, e Valeria. la fidanzata e imminente futura moglie di Luigi.
Ci recammo tutti nell’ ampio salotto di casa dove conversammo a lungo su vari argomenti, calcio in maniera più evidente.
L’ idea di cenare non sfiorò la testa di nessuno, in quanto se da un lato io e i miei amici ancora non avevamo assorbito l’ abbondante pranzo sorrentino, dall’ altro la famiglia di Luigi aveva partecipato poche ore prima a una festa di compleanno ricca, anzi ricchissima a detta di loro, di ogni ben di Dio della cucina napoletana.
Ci limitammo quindi a una tazza di tè e degli squisiti biscotti dolci fatti in casa dalla signora Eleonora.
Verso le 23,00 i genitori si ritirarono nella loro camera e Luigi ci accompagnò fino alla grande terrazza che fungeva anche da tetto della casa, della villa per meglio dire.
Che bello abitare qui – sospirarono Marco e Mirko con un tono spiccatamente, ma anche dolcemente, invidioso.
Erano in effetti delle parole che potevano stare nella bocca di tutti.
Di tutti coloro che rimangono inevitabilmente pietrificati di fronte alla bellezza di quei luoghi.
Una luna piena, scintillante, che illuminava un mare verde scuro soavemente calmo, una luna inoltre, che distaccava ogni singola casa rigorosamente bianca dal verde che la circondava, a questo un intenso profumo di ginestre e un silenzio non comune, spezzato solamente dallo sciacquettio, peraltro molto gradevole all’ udito, facevano del paesaggio un vero e proprio angolo di paradiso.
La mattina seguente la signora Eleonora preparò una leggera colazione : in considerazione del fatto che l’ inizio del pranzo non poteva ultrapassare le 12,00, visto che la partita di Salerno ( distante più o meno un’ ora di auto ) cominciava alle 15,30, non si poteva esagerare tra brioche e cappuccini.
Verso le 10,00 lasciammo i genitori di Luigi immersi nelle pentole della cucina e uscimmo per una passeggiata fino al litorale e al centro di Positano.
A dispetto dell’ incredibile tranquillità che sovrasta in alto, sul monte, in prossimità delle sue piccole spiagge la cittadina campana dimostra una autentica vivacità, creata più che altro dal via-vai dei sempre numerosi turisti.
Il poco tempo a disposizione passò in un lampo : rimase appena un piccolo spazio per comprare un dolce da consumare a fine pasto.
Optammo per uno di limoni, un frutto sacro della costa amalfitana : lo si incontra nei posti più diversi.
Non per nulla il “ Limoncino “ che si può acquistare in queste zone, è senza dubbio uno dei più gustosi d’ Italia.
A mezzogiorno in punto rientrammo in casa, dove nel frattempo i coniugi Giancarlo ed Eleonora avevano preparato tutto nei minimi dettagli.

Vino compreso naturalmente.
Eh...caro Giancarlo, a quanto pare non hai voluto correre grandi rischi con il vino ? – disse Carlo rivolgendosi al padrone di casa.
“ Volevo semplicemente far conoscere ai nostri ospiti umbri la denominazione più famosa della Campania, perlomeno per quello che riguarda i vini rossi.
Inoltre per come è impostato il pranzo era indispensabile la presenza di un vino robusto.
Io credo, infine, che per chi viene da fuori regione, il Taurasi è una delle migliori direzioni per entrare nel paradiso enologico che offre questa meravigliosa Campania “.
Tutto vero, il signor Giancarlo aveva proprio ragione.
L’ unica D.O.C.G. del Sud Italia, isole escluse, che sperimentai in due precedenti occasioni, entra di diritto, dal mio punto di vista personale, tra i primi cinque migliori vini rossi di tutta l’ Italia Meridionale, almeno tra quelli che godono di una denominazione ufficiale.

Impossibile considerarci in questa classifica gli altri grandi vini ( e non sono pochi ) che non sono ancora riconosciuti da nessuna denominazione tra quelle più prestigiose.
A quelle superbe bottiglie dell’ 88, i genitori di Luigi si superarono collocando in tavola delle portate a base di cacciagione altrettanto degne di nota.
Antipasti con patè di carne di capriolo, penne al prosciutto di cinghiale, lepre in salmí e fagiano arrosto.
Tutte quelle pietanze non erano proponibili con un vino qualsiasi : il Taurasi resse alle notevoli strutture delle carni e dei condimenti, con regale caparbietà e capacità.
*
La zona di Avellino, interamente circondata da vigneti, è produttrice di ottimi vini che, abbinato a una buona politica promozionale, ha permesso ad alcuni prodotti, come nel caso del Taurasi, di raggiungere livelli di fama mondiale.
Primo vino dell’ intero Sud Italia a ottenere la prestigiosa qualifica di D.O.C.G., il Taurasi ha origini antichissime, è un vino molto ben strutturato, corposo, asciutto, austero e di grande persistenza.
Artefice principale di questo vino è il vitigno Aglianico, il più importante a bacca rossa dell’ Italia Meridionale.
L’ Aglianico un tempo era denominato “ Hellenico “ o “ Hellanica “, a sottolinearne l’ origine greca.
Questo vitigno si trova quasi in tutto il Mezzogiorno italiano, ma da vini molto differenti a seconda dei luoghi ed è proprio in Campania, nei pressi del piccolo paese di Taurasi, che trova uno dei suoi habitat migliori.
La cittadina di Taurasi, vicina ad Avellino, prende nome da un antico centro fondato dagli Irpini nel II º sec. a. C. .
“ Taurasia “, come era conosciuta nell’ epoca, venne conquistata dai Romani nell’ 80 a. C. .
In epoca romana la Campania forniva alla capitale Imperiale vini e cereali, e si ritiene che fosse lo stesso Aglianico a costituire la base del celebre “ Falernum “.
Esistono diverse citazioni storiche riferite all’ Aglianico in generale e al Taurasi in particolare.
Andrea Bacci, medico di Papa Paolo III º, scrisse alla fine del 1500 che il Taurasi era un vino vigoroso e potente e che la qualità del rovere e dei vasi vinari prescelti favorivano una corretta evoluzione delle uve vendemmiate.
Bacci relazionò inoltre che era un vino di elevato potere nutritivo, eccellente sia per lo stomaco che per le membra.
Ulteriori citazioni le troviamo su relazioni del “ Ministero dell’ Agricoltura “ nel 1896 e più recentemente da parte del “ Ministero dell’ Economia Nazionale “, che nel 1923 sottolineò come il Taurasi fosse un vino robusto, tannico, sapido, colore forte, e che con l’ invecchiamento perde l’ eccesso di tannino ma acquista un profumo gradevole e aromatico, diventando più armonico.
Scrisse inoltre che era un vino del Sud Italia che poteva rivaleggiare con i migliori piemontesi, come il Barolo ad esempio.
Il Disciplinare per la produzione del Taurasi stabilisce che sia utilizzato il vitigno Aglianico almeno all’ 85 %, mentre il restante deve essere completato da uve a bacca rossa non aromatiche come il Piedirosso o il Sangiovese o il Barbera.
Prevede inoltre un invecchiamento obbligatorio minimo di tre anni ( di cui almeno uno in botti di rovere o di castagno ) che sale a quattro nella versione Riserva.
Il suo profumo è particolarmente intenso, caratteristico e gradevole, il sapore, oltre alle già nominate qualità, possiede doti di pienezza e di aromaticità.
Il Taurasi è uno dei grandi rossi robusti adatti all’ invecchiamento e, come tutti, affianca perfettamente preparazioni molto solide di carni rosse e selvaggina sia di pelo che di piuma.
Il Riserva è così completo che può essere gustato anche come vino da meditazione.

CARATTERISTICHE DEL TAURASI

GRADAZIONE ALCOLICA : Taurasi 12 gradi Taurasi Riserva 12,5 gradi

COLORE : da rosso rubino intenso a granato con sfumature aranciate con l’ invecchiamento

TEMPERATURA DI SERVIZIO : 16 – 18 gradi che sale a 18 – 20 per il Riserva

A conclusione del racconto di quel fine settimana campano, aggiungo che nel pomeriggio successivo a quel pranzo di Positano assistemmo all’ incontro di calcio Salernitana Perugia.
Lo stadio era gremito e il clima di gemellaggio tra le due tifoserie garantì una ottima dose di festa e tranquillità per tutta la partita.

La pace venne ampliata dalle scarse emozioni presentate in campo dalle due squadre.
Sia la Salernitana che il mio Perugia del cuore avevano interesse soprattutto nel non perdere, dettato da una classifica di entrambe senza grosse ambizioni e preoccupazioni.
Il risultato finale, facilmente pronosticabile fin dall’ inizio, fu di 0 a 0.

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Gennaio del 1998, Lucio, un proprietario di una azienda importatrice di prodotti alimentari di San Paolo con il quale avevo dei contatti commerciali da alcuni anni, mi telefonò comunicandomi il suo arrivo in Italia per una sosta di circa una settimana.

La sua breve escursione lo avrebbe portato alla visita di alcune aziende vinicole della Campania, della Puglia e della Calabria.
Organizzammo un incontro a Sorrento nell’ ultimo giorno del suo viaggio italiano ; avrebbe poi proseguito in Francia e in Spagna.

Conoscevo bene la città sorrentina e in base ai bei ricordi di qualche anno prima concordai con Lucio il luogo per incontrarci.
Ma non furono necessari molti dettagli e spiegazioni perché l’ albergo dove stava alloggiato era lo stesso di una mia vecchia gita scolastica.
E fu proprio lí che nel pomeriggio di un venerdí incontrai il mio amico brasiliano, grande esperto di vini europei e sudamericani.
Era presente anche sua moglie, la signora Paula, che lo accompagnava fedelmente in ogni suo viaggio di lavoro.
Nonostante era passato “ appena “ un anno dall’ ultimo nostro incontro nella sua azienda di San Paolo, l’ occasione fu molto gioiosa da entrambe le parti.
Lucio è un buon amico, “ gente fina “ come amano sottolineare i paulistani e probabilmente nel Brasile intero.
Se da una parte lo aiutai mettendolo in contatto con delle buone aziende italiane produttrici di vino, delle quali attualmente di alcune ne è il distributore nel suo paese, dall’ altra Lucio mi ha dato sempre un grande appoggio tecnico e tattico per entrare nel vastissimo, ma non semplice, mercato paulistano.
Fu la prima volta che ci incontrammo personalmente in Italia, ma Lucio era così preparato sulla mia terra, che io apparivo più straniero di lui.
“ E allora “ brasileiro “ che cosa mi racconti di positivo su questa tua ennesima ( la quinta se ricordo bene ) “ gita “ italiana ? “
Rispose in perfetto italiano da buon poliglotta che è : “ Buoni contatti, specialmente in Puglia dove ho già nelle mani un contratto di esclusiva con una ottima azienda su un vino che ho sempre apprezzato e sognato di vendere : il Salice Salentino “.
E nelle altre regioni ? – chiesi ulteriormente.
“ In Campania ho riscontrato qualche titubanza sulla vendita di vini in Brasile, forse, dico forse, dovute a esperienze commerciali anteriori che non rispecchiarono le attese.
Un gran peccato perché vini come il Fiano, il Greco di Tufo e il Taurasi, li avrei lavorati molto bene.
Ma non mi arrendo, le relazioni con i proprietari di due Cantine di Avellino che ho conosciuto sono ancora molto buone e la stima reciproca è forte.
Con un poco di pazienza posso riuscirci.
Per quello che riguarda la Calabria l’ obiettivo da raggiungere era la prorogazione di un contratto che mi legava e che mi lega ancora a un produttore di Cirò : nessun problema ! “.
“ Soddisfatto quindi !? “
“ Non totalmente Giovanni, il mio scopo era di collocare nel mio catalogo almeno altri cinque vini italiani, ma mi sono fermato a tre “.
E quali sono gli altri ? – domandai curiosamente visto che Lucio mi aveva accennato solamente al Salice pugliese.
“ I vini di Castel del Monte e il Lacryma Christi del Vesuvio. Li conosci ? “
“ A dire il vero il Castel del Monte rosato l’ ho degustato in due precedenti occasioni e posso assicurarti che è stato un bel “ colpaccio “ per i tuoi affari, visto che lo considero insieme al Chiaretto del Garda, due tra i migliori vini della loro categoria.

Molto interessanti sono anche le altre varietà del Castel del Monte.
Ma sui vini del Vesuvio, Lucio, onestamente non sono preparato.
Quali sono dunque i motivi che ti hanno portato a questa scelta ? “.
“ Volevo semplicemente approfittare del fascino che Pompei da sempre gode ! “
No, scherzi a parte – continuò l’ esperto paulistano – sono vini, quelli del Lacryma Christi, di grande qualità e ne sono molto felice di poterli commercializzare in Brasile.
I motivi della scelta sono tre : il primo già detto è la bontà, il secondo la serietà della Cantina produttrice abbinata alla buona disponibilità riservata all’ esportazione, e il terzo le origini nobili di questi vini che, come in molti casi accade, è il trampolino di vendita di prodotti ancora non universalmente conosciutissimi.
Dopo pochi minuti Lucio e signora mi condussero nell’ ampio giardino situato di fronte all’ albergo dove alloggiavano.
Lì passammo quasi due ore a discutere della vendita di vini in San Paolo, delle nuove produzioni italiane e, soprattutto del Lacryma Christi, che stava là nel nostro tavolo in una bellissima varietà rosso rubino, accompagnato da piccoli cubetti di Pecorino del Taburno offertici dalla cucina dell’ albergo.
La nostra degustazione venne curiosamente seguita anche da altri ospiti dell’ albergo che di tanto in tanto chiedevano il nome di quel vino.
Ricordo perfettamente una simpatica coppia di canadesi che dopo averne assaggiato un sorso, decisero di uscire alla ricerca di una bottiglia dello stesso vino, della stessa azienda e possibilmente della stessa annata, 1996 se non mi inganno.
In effetti quel Lacryma risultò molto sorprendente al palato e l’ abbinamento a quel saporito formaggio evidenziò ampiamente le eccellenti qualità organolettiche.
A questo se aggiungo il bel giardino, l’ ombra di un lauro che rinfrescava la nostra degustazione e la vista del mare non distante, il quadro di un pomeriggio “ gostoso “ ( tipica parola nella bocca di un brasiliano come Lucio ) diventa completo.
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Le tradizioni vinicole della Campania sono decisamente antiche.

Recenti studi affermano che le prime tecniche di viticoltura furono introdotte dagli Elleni nel XIII – XII º secolo a. C. .
Gli Etruschi e i Greci arrivarono qualche secolo più tardi e vi trovarono una popolazione ricca di una tradizione vinicola già affermata.
Secondo alcuni storici, quindi, non furono gli Etruschi o i Greci a introdurre per la prima volta la coltivazione della vite nella Campania, ma contribuirono appena al miglioramento dei metodi di coltivazione.
Successivamente furono i Romani, grandi estimatori dei vini campani, che continuarono la coltura della vite, ampliando notevolmente lo spazio dedicato ai vigneti.
La zona del Vesuvio era particolarmente vocata alla viticoltura e i vigneti che affossavano le loro radici tra le ceneri vulcaniche, sviluppavano vini di grande pregio e di ottimo consumo.
Nel 79 d. C. l’ eruzione del vulcano oltre a travolgere le due ricche città di Pompei ed Ercolano, seppellì anche le viti.

Una marcante testimonianza sopra l’ interesse sul vino in questi luoghi è data dal ritrovamento, in Pompei, dei resti di una azienda vinicola, perfettamente organizzata per quell’ epoca, con pigiatrici, serbatoi per l’ immagazzinaggio e serbatoi per la fermentazione.
Oggi i vini del Vesuvio hanno denominazione Lacryma Christi quando presentano una gradazione alcolica minima di 12 gradi, e sono disponibili nelle versioni Bianco, Rosso e Rosato, ognuna delle quali prodotte anche nella varietà Spumante.
Nelle altre versioni con gradazione inferiore ai 12 gradi, la denominazione si limita solamente a “ Vesuvio “.
Il Disciplinare considera idonei i vigneti piantati nei declivi del Vesuvio con buona esposizione al sole, terreni di natura vulcanica e ricchi di potassio.
Per il Lacryma Christi bianco è previsto l’ utilizzo dei vitigni Coda di Volpe ( 35 – 55 % ), Verdeca ( 25 – 45 % ), Falanghina e Greco ( per un massimo del 20 % ).
Nelle versioni Rosso e Rosato il vitigno predominante è il Piedirosso o Piede di Colombo e Pere ‘e Palummo ( così denominato per il caratteristico colore rosso dei graspi ) con un apporto che va dal 50 fino al 60 %, lo Sciascinoso ( 20 – 30 % ) e l’ Aglianico ( 20 % ).
Il Lacryma bianco ha un profumo vinoso e gradevole, sapore secco e leggermente acidulo.
Il Rosato ha un profumo, come la versione Bianco, vinoso e gradevole, il sapore è secco, armonico, rotondo e sapido.
La varietà Rosso ha un profumo vinoso accentuato, molto gradevole e con sentori che ricordano la viola, il sapore è secco, morbido, armonico e persistente.
Come la maggior parte dei vini bianchi che nascono nelle prossimità del mare, il Bianco del Lacryma Christi è molto apprezzato con le più svariate preparazioni di pesce di acqua salata.
Il Rosato è indicato per primi piatti saporiti, carni bianche come il tacchino e la vitella, e formaggi a pasta semidura mediamente stagionati.
Il Rosso ( che può invecchiare fino a 4 – 5 anni ) accompagna paste con ragù di carne elaborati, carni arrostite o stufate e formaggi a pasta dura mediamente o lungamente stagionati.
Le varietà Spumante, come tutti i vini frizzanti secchi, sono eccellenti per accompagnare pietanze particolarmente grasse o fritte.



CARATTERISTICHE DEI LACRYMA CHRISTI

GRADAZIONE ALCOLICA : bianco, rosato e rosso 12 gradi

COLORE : bianco - dal paglierino tenue al giallo paglierino rosato - rosato più o meno intenso
rosso - rosso rubino più o meno intenso

TEMPERATURA DI SERVIZIO : bianco 8 – 10 gradi bianco spumante 8 gradi
rosato 14 gradi rosato spumante 8 – 10 gradi
rosso 16 – 18 gradi rosso spumante 14 gradi

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Nell’ estate del 1996 dopo svariate pressioni di Marco, i nuovi coniugi Luigi e Valeria di Positano restituirono la visita di quattro anni prima.
L’ occasione era data dalla “ Sagra “ annuale che si tiene nel paese di Monte San Savino, sulle sponde del Lago Trasimeno.
Il piccolo e tranquillo borgo medioevale, poco distante da dove Marco abita e produce vino, per dieci giorni all’ anno si trasforma in un vivacissimo punto di aggregazione tra la gente del luogo e i numerosissimi turisti estivi del grande lago.
Complici di questi incontri, i bei paesaggi, le serate miti e armoniose, l’ ospitalità degli abitanti locali, e la festa vera e propria, ben organizzata, con intrattenimenti e vasta scelta gastronomica.
Tra le decine di possibilità che il Trasimeno e l’ Umbria in generale offrono per passare delle liete serate estive, Marco, come giusto, per invitare gli amici campani scelse quella più prossima alla sua residenza.
Nell’ invito venne coinvolto anche Carlo di Napoli, il grossista di prodotti alimentari, con la sua “ ancora “ fidanzata Roberta e il sottoscritto, che in quella occasione non avendo necessità di rimediare un pernottamento, mi permisi di invitare alcuni amici di Perugia e dintorni.

Quel sabato sera ci radunammo in quindici nella piazza centrale di Monte San Savino.
La sagra paesana fu assolutamente dominata dalla nostra festosa presenza.
La serata risultò indimenticabile.
Il vino principale che alimentò il nostro “ tranquillo benestare “ fu, a rigor di logica, il “ Colli del Trasimeno “ in tutte le sue varietà.

Ma in questo capitolo riservato ai prodotti enologici della Campania, continuerò a dar spazio ai vini di quella meravigliosa regione.
All’ oscuro di tutti ( Marco escluso che collaborò con il suo frigorifero di casa ) comprai una bottiglia di Fiano di Avellino, facilmente reperibile anche nella mia regione come la maggior parte dei grandi vini dell’ Italia Meridionale, e una cinquantina di cozze fresche.
La mia idea originaria prevedeva delle più saporite e prestigiose ostriche, ma in Umbria, una regione relativamente lontana dal mare, non sempre è tutto semplice per l’ approvigionamento rapido di speciali prodotti ittici.
Comunque quei molluschi non sfigurarono affatto ; tutt’ altro.
Nel momento in cui ci accomodammo nella grande tavola preparata per noi, presi la bottiglia di Fiano e le cozze, il tutto adeguatamente collocato da Marco in una borsa termica, misi il vino nella posizione più centrale possibile del tavolo con al suo lato un bel contenitore in ceramica dove vi posi i molluschi.
A quel punto aprì ufficialmente la serata :
“ Bene ragazzi, in onore dei nostri graditi ospiti ora procederemo a un antipasto con un vino grandiosamente campano e un rituale abbastanza originale.
Ci dividiamo le cozze tutte accuratamente già lavate e, a turno, con la bottiglia di Fiano di fronte, ne prendiamo una, l’ apriamo, distacchiamo il mollusco dal guscio, ci versiamo dentro un poco di vino e ingeriamo tutto il contenuto.

A completamento dell’ operazione, prima di collocare il vino in bocca, ognuno di noi fa una dedica “.
Quella differente degustazione apparve stimolante e fu ben accolta da tutti i partecipanti ; per cominciare la serata l’ idea risultò buona.
Il problema nacque dopo il primo giro dei “ tre “ previsti ; la bottiglia di Fiano scese a meno della metà.
Caspita Giovanni – esclamò Massimo, uno dei partecipanti – potevi comprare una bottiglia in più !
In effetti il mio grande amico aveva ragione, ma non mi persi d’ animo.
Proposi di diminuire la quantità di vino dentro la cozza nel secondo giro e di rifarci nel terzo e ultimo con un Colli del Trasimeno bianco, prodotto da Marco, il principale organizzatore della serata.
Passammo più di un’ ora divertendoci a bere vino e molluschi e a sfornare dediche in continuazione, che abbracciarono argomenti di ogni genere.
La più scontata, Massimo : “ A questa leggiadra serata “.
La più divertente, Fabrizio : “ Al callo del mio piede che mi tormenta da una settimana “.
La più sportiva, Mirko : “ Che il Perugia vinca lo scudetto “.
La più romantica, Luigi di Positano : “ A mille anni felici con Valeria “ ( seguì un bacio della simpatica coppia e un lungo applauso ).
La più forte e audace, ancora Fabrizio : “ Alle fortune erotiche – economiche di tutti noi ! “.
Giovanni come ti è venuta l’ idea di una degustazione del genere ? – mi chiese Luigi.
“ Leggendo un libro sulla Campania, dove nella parte dedicata ai prodotti agricoli, il Fiano di Avellino era in grande risalto “.
“ Informatissimo quindi ?! “.
“ Al punto che se Carlo, già preparato, e tutti voi, me lo permettete, vi racconto tutto quello che sono a conoscenza sopra uno dei migliori vini bianchi di tutta Italia “.

Non ci fu nessuna timida opposizione.
Tra l’ attesa per i piatti di pasta, che corrispose a circa una quindicina di minuti, e quei tre giri di vino e molluschi che avevo roganizzato, li avevo inesorabilmente preparati a un mio “ bacchico “ monologo.
La festa non terminò là, niente affatto.

Ai due tipi di pasta seguirono altre varie portate di cucina umbre e numerose bottiglie di vino del Trasimeno.
Ma questa è un’ altra storia.
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Altro vino di fama internazionale prodotto nella vallata di Avellino, è il Fiano.
Prende il nome dal vitigno omonimo che i Latini chiamavano “ Vitis Apiana “ per via dell api, particolarmente ghiotte della dolcezza di queste uve.
Il Fiano è prodotto in collina, ad altitudini comprese tra i 400 e i 700 metri, nella valle del fiume Sabato, una florida conca verde difesa climaticamente da una cerchia di montagne, dove si trova appunto la città di Avellino.
All’ interno di questa valle vale la pena segnalare il piccolo Comune di Lapio situato a Nord – Est e che è considerata una delle località a maggiore vocazione vitivinicola dell’ intera regione.
Si ritiene che l’ origine del vitigno Fiano abbia origini proprio nella zona di Lapio, ma c’ è chi sostiene che fosse arrivato in Campania al seguito dei Fenici.
Numerosi furono i personaggi storici che ebbero modo di apprezzare il vino : tra questi vanno ricordati Federico II º di Svevia, Roberto e Carlo d’ Angiò, il quale, quest’ ultimo, decise di impiantare nella propria vigna reale ben 16.000 viti di Fiano.

Non si sa con quali risultati.
Grazie alla ricchezza in zuccheri di queste uve, nella zona veniva ricavato un vino spumante quasi dolce, molto aprezzato a livello popolare, ma difficile da proporre al mercato nazionale e internazionale.
Anni di sperimentazioni hanno permesso di arrivare alla produzione del Fiano secco, il vino di grande eleganza dei giorni nostri.
Nell’ ultimo secolo i vigneti irpini sono stati soggetti a delle calamità come l’ epidemia della fillossera e il disastroso terremoto del 1980, che hanno portato a un relativo abbandono delle coltivazioni.
Nonostante questo, la produzione enologica della valle di Avellino è rimasta sempre di qualità elevata, e oggi per fortuna anche abbondante.
D.O.C. dal 1978, il Fiano di Avellino è un derivato della vinificazione del vitigno omonimo per un minimo dell’ 85 %.
A completamento possono essere utilizzati i vitigni Greco, Coda di Volpe e Trebbiano Toscano, soli o congiuntamente, per un massimo del 15 %.
Il Fiano presenta un profumo molto intenso, fine, decisamente gradevole, con sentori di pera, in alcune produzioni anche lievemente speziato, il sapore è secco, fresco, armonico, che ricorda la nocciola tostata.
In alcune annate eccezionali il Fiano può raggiungere il decennio di invecchiamento, in questo caso il vino perde di acidità e freschezza, ma acquista maggiore morbidezza e amplia la sua aromaticità.
In sede di abbinamento, occorre tenere conto del grado di invecchiamento per poter stabilire gli accostamenti vino – cibo più corretti.
Perfetto come aperitivo, trova ottimi accostamenti con i più raffinati piatti a base di pesce, ma nel caso di uno invecchiato oltre i cinque anni, non sfigura con la presenza di carni rosse brevemente cotte e carni bianche nelle più svariate preparazioni

CARATTERISTICHE DEL FIANO DI AVELLINO
GRADAZIONE ALCOLICA : 11 gradi

COLORE : giallo paglierino più o meno intenso

TEMPERATURA DI SERVIZIO : Fiano giovane 8 gradi Fiano invecchiato 2 – 4 anni 10 gradi
Fiano invecchiato 4 o più anni 12 gradi

A conclusione di questo capitolo sui vini della Campania voglio aggiungere un ultimo paragrafo che non riguarda un “ appunto di viaggio “, ma bensì di una più semplice narrazione di un vino straordinariamente storico.
Anche se purtroppo, a tutt’ oggi, non ho ancora avuto l’ occasione di degustarlo, l’ approvigionamento di informazioni sul suo conto era d’ obbligo.
D’ altronde in un paese vinicolo come l’ Italia, che deve moltissimo alla gloriosa epoca romana, era giusto rinverdire una delle passioni imperiali.
Quasi come se fosse un tributo al grande sviluppo della vite che Roma sempre attuò nei suoi domini e nei suoi secoli di storia.
Uno sviluppo impressionante che, per quello che riguarda il mio “ Bel Paese “, si radicalizzò nei terreni e nella cultura di tanta gente, portando l’ Italia, da sempre, nei primissimi posti mondiali tra i paesi a grande vocazione vinicola.
Quel vino che ancora sto sognando di assaggiare e che mi permetterà, anche se solo per pochi secondi, di sentirmi grande come grandi erano effettivamente Cesare Augusto, Tiberio, Caracalla, Costantino, e chissà quanti altri personaggi dell’ Impero che adoravano quella bevanda, è il degno erede del mitico “ Falernum “.
Sto parlando quindi, e lo avrete senz’ altro capito fin dall’ inizio di queste righe, del nuovo Falerno, oggi denominato Falerno del Massico.
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Il vino più famoso nell’ antichità era il “ Falernum “.
I nobili della Roma Imperiale non se lo facevano mai mancare in occasioni di festeggiamenti o banchetti, sia per l’ eccellente bontà, sia per gli elogi a ripetizione tessi da autorevoli personaggi letterari dell’ epoca come Plinio il Vecchio, Orazio e Virgilio.

Era inoltre considerato come un vino di notevoli capacità terapeutiche.
Il rosso Falernum aveva un colore così intenso che se ne vollero attribuire le origini al sangue di Giove.
Il Falerno del Massico rosso di oggi è il discendente diretto di quel vino di venti secoli fa, oggetto di desiderio dei Romani.
Il vino dei giorni nostri ha senza dubbio caratteristiche molto diverse : sostanzialmente i vitigni sono gli stessi come le condizioni climatiche e i suoli, ma le tecniche di vinificazione attuali sempre più tendenti alla produzione di vini armoniosi, rendono il Falerno di oggi ben lontano dal gusto di quello resinoso e mielato dell’ antichità.
Sono pertanto vini presumibilmente molto diversi tra loro per poter essere paragonati.
Alla fine del 1800, con l’ arrivo della fillossera, i vitigni campani vennero sterminati e fu solamente grazie a un attento e complicato lavoro di ricostruzione della Facoltà di Agraria di Portici e di una azienda vinicola della provincia di Caserta che il Falanghina, vitigno artefice nella produzione del Falerno bianco, riprese forza e riconquistò terreni.
Oltre ai già menzionati Bianco ( Falanghina vinificato in purezza ) e al vero discendente del vino di oltre 2.000 anni fa, il Rosso ( Aglianico al 60 – 70 % e Piedirosso 30 – 40 % ), esistono altre varietà del Falerno del Massico :
- il Rosso Riserva che prevede un invecchiamento minimo nel luogo di produzione per almeno 24 mesi ( 14 per il Rosso tranquillo ) ;
- il Primitivo prodotto con uve omonime all’ 85 % completate da uve Piedirosso, Barbera e Aglianico ( massimo 15 % ), e che prevede un invecchiamento minimo di 14 mesi ;
- il Primitivo Vecchio o Riserva, prodotto con le stesse uve della varietà precedente, ma con un invecchiamento che sale a 24 mesi.
I vini del Falerno del Massico sono D.O.C. dal 1989.
La varietà Bianco presenta un profumo vinoso, floreale, fruttato, molto gradevole, il sapore è secco, armonico, vellutato e persistente.
Il Rosso ha un aroma molto intenso, caratteristico, ricorda la viola, il sapore è asciutto, di buona struttura, caldo e armonico.
Il Primitivo ha un profumo caratteristico delle uve omonime, intenso e persistente, il sapore è asciutto, caldo, armonico, decisamente robusto.
Le versioni Riserva, infine, hanno doti di maggiore pienezza, arricchite, con l’ invecchiamento, di buona complessità aromatica.
Il Bianco è indicato per antipasti di pesce, primi piatti di mare o a base di verdure, ortaggi ripieni e cotti al forno, e pesci con saporite elaborazioni.
Le varietà rosse accompagnano primi piatti molto gustosi e secondi piatti a base di carni rosse molto saporite, mentre le versioni Riserva si servono con portate di elaborate preparazioni, selvaggina di pelo e formaggi piccanti lungamente stagionati.


CARATTERISTICHE DEI FALERNO DEL MASSICO
GRADAZIONE ALCOLICA : bianco 11 gradi rosso 12,5 gradi rosso riserva 13 gradi
Primitivo 12,5 gradi Primitivo vecchio 13 gradi

COLORE : bianco - giallo paglierino con riflessi verdognoli
rosso - rosso rubino intenso, tendente al granato nella versione Riserva
Primitivo - rosso rubino molto intenso con sfumature granate nella versione Vecchio

TEMPERATURA DI SERVIZIO : bianco 8 – 10 gradi rosso 16 - 18 gradi rosso riserva 18 gradi
Primitivo 16 - 18 gradi Primitivo vecchio 18 gradi

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